L’altro giorno, mentre assegnavo i compiti, ho detto ai miei alunni che ero sicuro li avrebbero fatti con l’intelligenza artificiale. Una ragazza mi ha guardato e mi ha chiesto:
«Ma allora perché continua a darceli, se sa che li faremo con l’AI?»
Bella domanda. La prima risposta che mi è venuta in mente riguarda la differenza, antica ma sempre attuale, tra essere e apparire.
Viviamo in una società dominata dall’immagine, dalla tecnologia e dal bisogno costante di approvazione. In questo contesto, la distinzione tra ciò che siamo e ciò che sembriamo diventa ogni giorno più urgente.
Oggi questo conflitto arriva anche tra i banchi di scuola. L’intelligenza artificiale, strumento potente e affascinante, viene spesso usata non come mezzo di conoscenza, ma come maschera. Molti studenti la impiegano per sostituirsi a sé stessi, preferendo apparire competenti invece di diventarlo davvero.
Mentre l’apparenza si costruisce con gesti, parole e, sempre più spesso, con risposte generate da algoritmi, l’essere si radica altrove: nella verità interiore, nella fatica dell’apprendere, nella coerenza e nella consapevolezza di sé.
L’uso superficiale dell’intelligenza artificiale rappresenta una nuova forma di apparenza: una conoscenza simulata, che mostra ma non forma, che illude ma non trasforma.
La storia del pensiero ci ha lasciato molti avvertimenti su questo tema.
Il filosofo danese Søren Kierkegaard, nel Diario del seduttore (1843), scrive:
“La verità è una trappola: non puoi averla senza essere catturato.”
Ci ricorda così che la conoscenza autentica non può essere delegata né simulata: richiede partecipazione, esperienza, autenticità. Chi consegna un compito scritto da un’IA non si lascia mai “catturare” dalla verità, ma resta in superficie, prigioniero dell’immagine di bravo studente che vuole mostrare.
Anche Friedrich Nietzsche, in Così parlò Zarathustra (1883-85), ci invita a un cammino di autenticità con la sua celebre esortazione:
“Diventa ciò che sei.”
Un monito che oggi risuona più che mai: non si può “diventare ciò che si è” se si rinuncia a pensare con la propria mente. Apparire preparati grazie all’intelligenza artificiale significa inseguire un riflesso, non costruire la propria essenza.
Nel campo della letteratura, Luigi Pirandello, con Uno, nessuno e centomila (1926), mette in scena la frattura tra essere e apparire. Il protagonista scopre di avere tanti volti quanti sono gli sguardi che lo osservano. Oggi quella moltiplicazione si amplifica nel mondo digitale: ogni testo generato dall’IA diventa un volto che non ci appartiene. L’identità autentica dell’alunno si dissolve, sostituita da un simulacro — un sapere senza radici, un’ombra senza sostanza.
Già nel Cinquecento, Michel de Montaigne, nei suoi Saggi (1580), scriveva:
“Non c’è nulla di più bello e di più legittimo che essere se stessi.”
Una verità che continua a parlarci: essere se stessi, oggi, significa anche accettare la lentezza, l’errore, la fatica del pensare.
L’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso, ma non deve cancellare la voce personale: chi delega tutto alla macchina rinuncia a crescere, a costruire un pensiero davvero suo.
In fondo, si potrebbe riassumere tutto così:
Apparire è un algoritmo che risponde; essere è la mente che domanda.
Apparire, oggi, può voler dire consegnare un compito perfetto ma vuoto.
Essere, invece, significa imparare davvero, lasciarsi cambiare dal sapere.
Solo chi vive secondo la propria essenza — e affronta la conoscenza con onestà — lascia un’impronta duratura.
Chi si rifugia nelle apparenze, anche se generate da un’intelligenza artificiale, rischia di svanire insieme all’immagine che mostra.
