C’è un nuovo sport paesano che non richiede stadi, anche perché se non hai gli amici giusti lo stadio non te lo fanno vedere neanche da lontano, né biglietti, né allenamenti: la spaccatura sincronizzata. È una disciplina raffinata, fatta di distinguo sottilissimi, correnti carsiche, scissioni “responsabili” e ricomposizioni “inevitabili”, che puntualmente si rivelano inutili come le ricevute delle deputazioni a Festa finita. Il risultato? Un caleidoscopio di sigle, sotto-sigle, sotto-sotto-sigle, tutte rigorosamente “indipendenti” e indispensabili al bene supremo di Casteltermini, o almeno così dicono.
L’elettore, nel frattempo, osserva. Anzi, prova a osservare. Perché tra incontri “in un clima disteso di amicizia e convivialità” che partoriscono minoranze decisive, maggioranze fragilissime e documenti finali inesistenti, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un manuale di istruzioni in cinese tradotto con Google. Si entra per capire chi propone cosa e si esce con la certezza che “dipende”. Dipende da chi parla, da quando parla, e soprattutto da chi è appena uscito dalla stanza sbattendo la porta (ma promettendo di rientrare dalla finestra come indipendente?).
Le spaccature, ci spiegano, sono segno di vitalità. Come il battito cardiaco: più è irregolare, più è vivo. Peccato che a forza di vitalità l’organismo finisca in fibrillazione, chi scrive ne sa qualcosa. E allora ecco il dibattito acceso su temi cruciali: viabilità, lavoro, immondizia, che però vengono messi in pausa perché c’è una questione più urgente: stabilire se la virgola del comunicato vada prima o dopo l’aggettivo “indipendente”. Questioni di principio, s’intende.
Nel frattempo, il benessere pubblico attende educatamente in sala d’aspetto. Ha preso il numeretto, ma il display è rotto. Ogni tanto qualcuno lo rassicura: “Arriviamo, stiamo lavorando per voi”. Subito dopo, però, parte un comunicato per annunciare che “le condizioni politiche non ci sono”. Non si specifica per cosa. Probabilmente per il bene pubblico stesso, che, si sa, è una faccenda complessa, mentre la divisione delle poltrone è molto più lineare.
L’impressione, maliziosa ma difficile da scacciare, è che dietro la nobile arte della spaccatura si nascondano interessi che con la collettività hanno un rapporto cordiale ma distante, come quello tra vicini di pianerottolo che si salutano senza mai prestarsi lo zucchero. Interessi legittimi, per carità, ma curiosamente sempre urgenti quando si tratta di posizioni, visibilità, equilibri interni. Meno quando si parla di risolvere problemi reali.
E così l’elettore, ormai esperto di acrobazie politiche, sviluppa una nuova competenza: l’interpretazione creativa. Impara a leggere tra le righe, sotto le righe e, quando serve, a capovolgere il foglio. Sa che una “divergenza di vedute” è una frattura, che una “pausa di riflessione” è una resa dei conti, e che una “nuova fase” è la stessa di prima, ma con un logo rinnovato.
Forse un giorno le spaccature si prenderanno una pausa, giusto il tempo di ricordare perché esistono le compagini politiche: non per dividersi il meglio, ma per decidere al meglio. Fino ad allora, godiamoci lo spettacolo. Portate popcorn, bussola e, se possibile, una guida per la sopravvivenza dell’elettore confuso. Da qui al voto ne vedremo delle belle…
