Durante i moti del 20 e 21, quelli che progettavano di portare l’insurrezione contro tutti i regimi assolutisti e che cominciarono in Spagna, diffondendosi poi in diversi altri paesi europei, tra questi quelli italiani, fino ad arrivare a Palermo. Nella deposta capitale del Regno di Sicilia il castelterminese Niccolò Cacciatore, Direttore del Reale Osservatorio Astronomico di Palermo, attendeva alle sue cose con un occhio alle carte e uno alle stelle, ma con le due orecchie tese ad ascoltare il ribollire della rivolta all’esterno. Lo scienziato era del tutto ignaro di quanto di terribile gli stava per accadere.
Moti del 1820-1821 – Tutto ebbe inizio a Cadice, in Spagna, il primo Gennaio del 1820 quando alcuni ufficiali dell’esercito si rifiutarono di fare rotta verso le Americhe dove, con i loro eserciti, avrebbero dovuto impedire la nascita dei movimenti indipendentisti che si andavano formando. La rivolta si diffuse rapidamente, anche perché, come sostiene Rosario Villari nel suo Mille anni di Storia,  “I movimenti rivoluzionari europei del 1820-1821 furono preparati e preceduti da una intensa attività cospirativa svolta principalmente dalla Carboneria nei singoli paesi e attraverso tentativi di coordinamento internazionale delle attività e delle iniziative.
[…] Del resto la Carboneria aveva avuto fin dall’origine una impronta internazionale. Derivata probabilmente dalla Massoneria, era stata importata dalla Francia in Italia meridionale (in particolare a Napoli)  nel periodo napoleonico da ufficiali bonapartisti e da qui, dopo il 1815, si era diffusa in Italia del Nord e negli altri paesi mediterranei”.

Nel napoletano dunque soffiavano venti di rivolta, che si intensificarono, fino a diventare tumulto, quando a Nola, nella notte fra il 1° e il 2 luglio, i tenenti Morelli e Silvati presero il comando di un reggimento di Cavalleria costituito da 145 uomini ai quali si unirono altri rivoltosi al comando dell’abate Menichini. Il gruppo sempre più nutrito di rivoltosi prese la strada per Avellino, dove Morelli proclamò la Costituzione di Spagna in nome del popolo e alla presenza del vescovo. Al Re Ferdinando non rimaneva altra possibilità che dichiarare, come si legge nel “Giornale delle Due Sicilie” del 6 luglio 1820: <<il re di piena volontà prometteva di pubblicare entro otto giorni le basi della Costituzione>>.

In Sicilia, che dal 1816 non era più un regno autonomo, cominciarono a soffiare gli stessi venti di Napoli, in particolare a Palermo che da Capitale si era vista retrocedere a “Capovallo”. Era stato così cancellato il regno più antico d’Italia, il Regno di Sicilia.
I Patrioti Siciliani aspettavano l’occasione per ribellarsi, che si presentò immancabilmente nel 1820 quando la rivoluzione spagnola si allargò, come detto, alla parte continentale del Regno delle due Sicilie.
Nell’isola le due parti, quella occidentale e quella orientale, si divisero in due diverse posizioni. In estrema sintesi: Palermo voleva Governo e Parlamento propri; Catania, sulla scia dei rivoltosi napoletani, chiedeva la Costituzione Spagnola.
Nell’ex capitale del regno di Sicilia ci furono scontri violenti tra le forze regolari e i rivoltosi. Scrive Francesco Lo Bue “il popolo rimase padrone della piazza; privo di guida e reso ubriaco dai successi ottenuti, si abbandonò ad uccisioni e saccheggi nonché ad indiscriminati arresti e sommari processi. Anche il Reale Osservatorio Astronomico rimase vittima della furia popolare”.
Fu probabilmente questo il momento nel quale Niccolò Cacciatore sentì le urla scomposte e il fracasso della canaglia farsi sempre più vicini, finché non sfondarono la porta del suo studio. Ebbe il tempo di implorare che non toccassero le sue preziose carte e che non distruggessero niente.
Dopo avere fatto scempio di tutto quello che trovarono nella stanza, i rivoltosi lo strascinarono fuori. Era nelle loro mani.

 

Niccolò Cacciatore nacque a Casteltermini il 26 Gennaio del 1780 e fin da bambino palesò i segni di un brillantissimo ingegno. In occasione di una visita di Mons. Saverio Granata un giovanissimo Niccolò disegno una carta topografica della diocesi di Agrigento e ne fece dono all’alto prelato. Il presule l’accettò ammirato, raccomandando al giovanissimo cartografo di proseguire negli studi.

A tante ottime qualità si coniugarono anche delle buone occasioni. Una di queste fu l’essere nipote di uno dei più apprezzati precettori dei suoi tempi: Innocenzo Cacciatore, stimato teologo. Questa circostanza diede la possibilità a Niccolò Cacciatore di avere ottime basi. Proseguì gli studi ad Agrigento, dove apprese la retorica, per poi spostarsi a Palermo. Sotto la protezione di Santa Rosalia, patrona della città, e di Giovanni Agostino De Cosmi, affermato intellettuale, diede prova del suo valore, tanto che De Cosmi, riconosciuto l’ingegno del giovane  e osservate le sue predisposizioni, lo presentò al Direttore del Reale Osservatorio Astronomico di Palermo Giuseppe Piazzi, del quale Niccolò Cacciatore divenne primo assistente a soli vent’anni.
La fama di zelante studioso e il trasferimento di Giuseppe Piazzi a Napoli gli fecero coronare il sogno di diventare Direttore del Reale Osservatorio Astronomico di Palermo. La Specola, l’antico osservatorio astronomico, era sua! Da quel momento raramente si allontanò da quelle stanze dove lo abbiamo lasciato, tanto male in arnese, nelle mani dei malintenzionati rivoltosi dei moti palermitani del ‘20.

 

Inchiodatore di Cannoni – Una lunga serie di meriti e di circostanze favorevoli lo portarono dunque ad essere Direttore del Reale Osservatorio, ma in quel luglio del 1820 il povero Cacciatore doveva correre il pericolo più grande della sua vita, quello di essere ucciso, per giunta per errore. La canaglia che era penetrata fin dentro il cuore della Specola stava cercando di catturare un certo Sanso, accusato di essere “l’inchiodatore di cannoni”. Visto Cacciatore, si convinsero che si trattasse proprio di Sanso, questo scambio di persona fece sì che lo scienziato venisse catturato dai rivoltosi, che si dimostrarono pronti ad ucciderlo.

L’accusa che gli veniva mossa, quella di avere inchiodato dei cannoni che i rivoltosi volevano usare contro l’esercito regolare, lo lasciò sicuramente sbigottito.
L’inchiodatore di cannoni era colui che metteva fuori uso un cannone piantando un chiodo nel “focone”, apertura che serviva per dare fuoco alla polvere. Il chiodo rendeva impossibile questa operazione di accensione e di fatto inservibile il cannone. L’idea di inchiodare i cannoni non è nuova, si dice infatti che nelle celeberrima battaglia di Waterloo il Colonnello Pierre Agathe Heymes, dopo aver messo in fuga gli artiglieri avversari, sentendo in lontananza il rumore della cavalleria in avvicinamento, urlò disperato <<A me dei chiodi! Possibile che nell’ora cruciale nessuno abbia un martello e dei chiodi?>>.

 


Condannato a morte – Scrive il figlio Gaetano: <<Il giorno 27 luglio[1] egli era tratto per le pubbliche vie a furia di percosse con le braccia legate, con le membra lacere e peste: una turba insanita lo premea ai fianchi, lo minacciava mostrando un capo mozzo e insanguinato, l’esecrato nome di traditore gli suonava d’intorno>>. L’astronomo, che aveva teoricamente dialogato sull’origine dell’universo con Newton, era sul punto di essere fucilato. Ci racconta ancora il figlio: <<quando quasi ignudo lo rinchiusero in una oscura e stretta prigione fra ladri ed assassini dalla quale, conosciuto l’equivoco, lo trassero fuori, un giorno prima dell’uccisione del principe di Aci>>.

Cacciatore, con ancora negli occhi il terribile pericolo scampato, ritornò pacificamente alle sue cose, rifacendo – scrive Gaetano Di Giovanni – quasi tutto il lavoro perduto. Sei anni dopo i fatti narrati era in grado di pubblicare una Storia dell’Astronomia Siciliana.

 

 
Le sue stelle – Niccolò Cacciatore non era solo un astronomo ma era uno scienziato eclettico, dai molteplici interessi. Nel 1816, per esempio, utilizzò il suo ingegnoso sistema per poter registrare ovunque, con uguale metodo, i fenomeni meteorologici, quell’anno fu chiamato “l’anno senza estate”, infatti cominciò con tuoni, fulmini e tempesta e così si concluse. Niccolò Cacciatore, allora docente della Regia Accademia degli Studi, registrò i dati, constatando che erano dati fuori norma per una città dal clima mite come Palermo. La neve, fatto decisamente raro, cadde diverse volte. “Il 19 febbraio – annota lo studioso – c’è neve copiosissima”; nevicherà anche in primavera e in estate cadrà ‘neve rossa’ sui monti. Solo cent’anni dopo si attribuirà l’evento all’eruzione del lontanissimo vulcano Tambora. Fu docente di Geodesia, membro della Royal Society e Accademico “Del buon gusto”.
Il Piccolo principe di Antoine De Saint-Exupery si chiedeva se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua… e Niccolò Cacciatore ne trovo addirittura due di stelle:  è noto che, nel catalogo del 1814, due stelle della costellazione del Delfino vennero indicate da Piazzi (o dallo stesso Cacciatore) come Sualocin e Rotanev, ovvero, a lettere invertite, il nome di Cacciatore in latino (Nicolaus Venator).
Il nome di Niccolò Cacciato continua così a brillare in cielo assieme alle sue stelle…
Bibliografia:
Gaetano Di Giovanni, Notizie storiche su Casteltermini, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 1980.
Rosario Villari, Mille anni di Storia, Milano, Mondolibri, 2000.
Francesco Lo Bue, Uomini e Fatti di Casteltermini, Palermo, Graphicadue, 1985.
Francesco Renda, Storia della Sicilia, Palermo, Sellerio, 2003.
AAVV, Storia della Sicilia, Napoli, Società Editrice Storia di Napoli del Mezzogiorno  e della Sicilia, 1977.
Sitografia:
http://www.ilportaledelsud.org/1821-48.htm
http://www.astropa.inaf.it/niccolo-cacciatore/
[1] Sulla data sussiste qualche dubbio.
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