Federico De Roberto

Lo scrittore Federico De Roberto nasce a Napoli il 16 gennaio 1861 da genitori, rispettivamente, di illustre famiglia e di nobili origini: il padre Ferdinando è ufficiale di stato maggiore, la madre è donna Marianna degli Asmundo di Trapani. All’età di 10 anni, poco dopo la nascita del fratello Diego, il padre Ferdinando viene a mancare e la madre decide di trasferirsi nella sua città d’origine, Catania.

Federico De Roberto, la giovinezza a Catania: dalle Scienze alle Lettere

Nella città catanese compie gli studi superiori scegliendo la sezione fisico-matematica. Porta questa scelta al termine, nel 1879, quando consegue il diploma. Prosegue sul filone della scienza con l’iscrizione a Scienze fisiche, matematiche e naturali all’Università degli Studi di Catania. Ben presto però abbandona gli studi per dedicarsi completamente alla scrittura e alle lettere.

Primi scritti

A soli 18 anni gli scritti di Federico De Roberto appaiono su “Rassegna settimanale” e “Rivista europea” di Firenze e sull’“Esploratore” di Milano. Due anni dopo, nel 1881, abbandonati gli studi, pubblica e dirige la rivista “Don Chisciotte”. Nello stesso anno entra nella polemica insorta fra il poeta catanese Mario Rapisardi e Giosuè Carducci vergando il libretto “Giosuè Carducci e Mario Rapisardi” e “Polemica”. L’anno dopo è corrispondente del “Fanfulla” romano: firma con lo pseudonimo di Hamlet una serie di lettere dal titolo “Echi dall’Etna”.

L’ingresso nella scuola siciliana

Già con “La malanova” per il “Fanfulla” la scrittura del De Roberto è ormai in pieno sicilianismo. In questo senso, entra nell’arena degli autori siciliani frequentando Luigi Capuana e Giovanni Verga. Fonda la collana “Sempre vivi” e pubblica nel 1883 “Arabeschi”, raccolta di articoli critici su Flaubert, Zola, Capuana, Serao e Giovanni Alfredo Cesareo.

L’anno dopo è fra le firme del “Fanfulla della domenica” e lo sarà per i successivi sei anni. I lavori pubblicati in quest’ambito convogliano, nel 1888, in “Documenti umani”, novelle di carattere psicologico e mondano. A questa pubblicazione segue un’ulteriore raccolta di novelle “La sorte” che nel 1887 fa il paio con un esperimento di Federico De Roberto in fatto di poesia, ovvero “Encelado”. Con questa prima tornata di novelle, seppure di scarso successo dal punto di vista della critica, De Roberto si aggiudica il favore di Capuana e sparge i primi semi di quella che sarà la sua opera più nota ovvero “I Viceré”, anticipata da “L’Illusione” in quello che sarà il ciclo degli Uzeda.

Oltre il Verismo: “L’illusione”

Con “L’illusione” del 1891 De Roberto segna l’inizio della combinazione (poi passaggio) fra Verismo e indagine psicologia e dà avvio a quello che sarà poi battezzato il ciclo degli Uzeda.

“L’illusione” narra la storia di Teresa Uzeda, inquieta aristocratica siciliana che molti hanno visto come gemella di Madame Bovary di Flaubert.

Il romanzo accompagna la protagonista dall’infanzia alla maturità, attraverso il matrimonio, fine del sogno adolescenziale, e poi la passione extraconiugale, lo scandalo e il disinganno, fino all’inevitabile conclusione.

Con quest’opera De Roberto ha fatto suo il Verismo del maestro e collega Verga; infatti sposta l’attenzione su sentimenti e interazioni, intelletto, eros e psicologia dei suoi personaggi. Tutto nell’ottica della “focalizzazione interna” secondo cui l’autore senza giudizio si pone come reporter (ante litteram) della vicenda riscritta fedelmente come sta accadendo alla protagonista.

In questa nuova fase, inoltre, traduce gli scritti di Paul Bourget, frequenta Clerle e Guido Lopez. Espressione piena di questo passaggio è anche l’opera “Ermanno Raeli” del 1889, romanzo fortemente autobiografico, inizialmente concepito per i “Documenti umani”, nel quale De Roberto narra la storia di un uomo e dei suoi fallimenti che lo conducono al suicidio.

Una nuova vita: Firenze e poi Milano

Seguendo le orme dei suoi maestri, Federico De Roberto lascia Catania alla volta prima di Firenze e poi di Milano, a tutti gli effetti città ormai di respiro europeo. Treves, Boito, Praga, Giocosa, Camerana sono solo alcuni degli autori che De Roberto conosce grazie al maestro Verga. Immerso nel clima “continentale” della città lombarda, toccato da numerosi stimoli intellettuali, abbandona il romanzo negativo “Realtà” a cui stava lavorando per iniziare a ideare “I Viceré” che scriverà per tutto il 1892 e fino al luglio del 1893, una volta tornato a Catania.

L’opera capolavoro di Federico De Roberto: I Viceré

Nel luglio del 1893 Federico De Roberto consegna il manoscritto intitolato “I Viceré” al suo editore per iniziare una lunga stagione lavorativa dedicata alla correzione scrupolosa delle tante bozze che ne verranno. De Roberto, infatti, coltiva ossessivamente l’obiettivo di raccontare in ogni dettaglio la storia di questa famiglia, facendola maturare in ben tre generazioni: il romanzo diventa a tutti gli effetti romanzo storico.

Proseguendo sulla linea già sviluppata con “L’illusione”, l’autore raccoglie come un cronista la storia degli Uzeda di Francalanza, li segue e li racconta in un lungo lasso di tempo ovvero dai moti del ’59 fino alle elezioni politiche dell’82.

Ne “I Viceré” si riconferma il sodalizio fra racconto del vero e indagine psicologica come una sorta di dualismo che pure nel romanzo si legge nelle opposizioni fra:

A livello critico – molto importante – in quest’opera si leggono pessimismo storico, cerebralismo, criticismo: semi di quella che sarà la linea critica sviluppata più avanti da Pirandello, Jovine, Brancati, Tomasi di Lampedusa e dagli autori fondamentali del 900 italiano.

L’imperio: ultimo atto del “ciclo degli Uzeda”

De Roberto inizia a scrivere “L’imperio” nel 1893. Successivo alle vicende de “I Viceré”, “L’imperio” prosegue a raccontare la saga famigliare degli Uzeda con Consalvo divenuto deputato e quindi stabilitosi a Roma. Seguendo le vicende del protagonista, De Roberto scrive del tradimento degli ideali del Risorgimento da parte del ceto parlamentare per proseguire nella discesa umana fino al nichilismo e al pessimismo cosmico. Il romanzo esce postumo, nel 1929.

Intanto, è datato 1895 il romanzo “L’amore. Fisiologia, psicologia, morale” e 1897, invece, “Spasimo”, l’avventura di Zakunine, che De Roberto riscrive l’anno dopo anche per renderne un adattamento teatrale. In questo frangente Federico De Roberto inizia la collaborazione con Il Corriere della Sera, che prosegue fino al 1910 e con “Roma di Roma. Giornale politico-letterario quotidiano” (1896-97) poi “Roma” e “Rivista politica parlamentare”.

Federico De Roberto e il teatro

La passione per il teatro affiora con l’adattamento di “Spasimo” al quale lavora sin dal 1897 a Milano e poi ancora una volta tornato a Catania, in occasione del matrimonio del fratello Diego. L’opera è assolutamente irradiata dal sentimento di ristrettezza intellettuale che De Roberto avverte e vive in Sicilia. L’adattamento teatrale resta un grande cruccio nella produzione di De Roberto con grandi afflizioni, pochi successi di critica e, purtroppo, pochissimi di pubblico.

Dopo il 1911, sotto consiglio di Lopez, adatta “La messa di nozze” nella commedia teatrale “L’anello ribadito” che però, così come “Il cane della favola” e seppur tramutato poi ne “La strada”, non ottiene successo. Anche “Il rosario” più avanti viene rappresentata al teatro Manzoni di Milano con successo di critica, ma purtroppo non di pubblico; anche in un successivo passaggio a distanza di mesi, quando De Roberto cerca invano di recuperare la grave amarezza di questo insuccesso. Esito ben diverso – e tanto sperato – giunge solo con un ulteriore adattamento del “Il rosario” con la direzione di Nino Martoglio della Compagnia del teatro Mediterraneo, a Catania, nel 1918.

Il Novecento: Milano, Roma e Catania

L’800 si chiude per De Roberto con la pubblicazione, nel 1898, dell’opera “Gli amori” a cui seguono, nel 1900, i saggi “Come si ama” in cui raccoglie le storie d’amore di grandi della storia come Bismarck e Napoleone, Balzac e Goethe. L’anno successivo esce “L’arte”, seconda edizione dell’“Illusione”.

Il 900 di De Roberto, invece, si apre a Milano per poi proseguire a Roma. Successivamente, colto da una grave crisi di natura psicologica, l’autore torna in Sicilia cercando sollievo alle pendici dell’Etna. Qui si dedica ad alcune opere su Catania mettendo a frutto un’altra passione, la fotografia. È del 1907 “Catania”, guida artistica illustrata, del 1909 “Randazzo e la Valle dell’Ancantara” e, infine, del 1927 “Il patrimonio artistico di Catania” in cui raccoglie articoli dedicati alla città etnea.

Presto torna a Roma per raccogliere ancora le informazioni sulla vita del Parlamento per il suo “Imperio”. Qui collabora con “La Lettura” e la “Nuova Antologia”.

La malattia e la guerra

Nel 1917 Federico De Roberto viene colpito da flebite, un male da cui non guarisce e gli procura gravissimi disagi fino alla fine dei suoi giorni. L’anno dopo viene nominato bibliotecario della Biblioteca civica di Catania.

Dal punto di vista della scrittura De Roberto entra in un nuovo (secondo) sperimentalismo come si legge nelle raccolte, dal ‘19 al ‘23, “Al rombo del cannone”, “All’ombra dell’ulivo”, “La cocotte”, “L’ultimo volo” e “La paura” (edita postuma). Queste “novelle della guerra” si caratterizzano per un nuovo naturalismo e un’interessante pluralità di linguaggi fra conservatorismo e nazionalismo.

Il ’23 è l’anno di pubblicazione dell’“Ermanno Raeli” in edizione riveduta e accresciuta di un’appendice di carattere autobiografico con poesie giovanili e traduzioni dal francese.

Gli ultimi anni

Gli ultimi anni di vita sono dedicati alla madre colpita da un grave malore nel 1923. L’assiste con amore, trascurando ogni attività. Donna Marianna muore il 22 novembre 1926. Il grande dolore di questa perdita segna l’ultimissimo atto della vita di De Roberto; colpito da lipotimia, muore otto mesi dopo la madre, ovvero il 26 luglio del 1927. Per contrasti sorti tra Sabatino Lopez e le autorità fasciste, la commemorazione pubblica che gli amici catanesi avevano richiesto, non ha luogo.

I Vicerè

Avari, fatui, vili, prepotenti: gli Uzeda, la nobile famiglia catanese protagonista del capolavoro di De Roberto, sono dilaniati da accaniti contrasti d’interesse che oppongono il principe Giacomo, duro e avido, al dissoluto conte Raimondo, il cinico e corrotto don Blasco al nipote Ludovico, monaco senza vocazione, e alla sorella, donna Ferdinanda. Alle beghe di fratelli e parenti si aggiunge la lotta che tutti insieme conducono per conservare il potere e gli antichi privilegi. Attraverso le vicende di tre generazioni, I Viceré (1894) compongono un vasto affresco dell’aristocrazia siciliana nel momento del passaggio dal regime borbonico alla realtà sociale dell’Italia unita mettendo a nudo le lacerazioni e lo spregiudicato trasformismo di una classe ormai al tramonto e, per converso, il naufragio degli ideali della nascente borghesia liberale. La tecnica verista si arricchisce di una nuova capacità d’indagine psicologica e di penetrazione nel tessuto vivo della storia e della lotta politica nazionale, che contribuisce a esaltare le doti di De Roberto come osservatore di spietata aridità, pittore di scene fastose, creatore di personaggi stravaganti e sgradevoli.

(Fonte: https://biografieonline.it/biografia-federico-de-roberto)

seguici anche su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *