È da molto tempo che non aggiungo contenuti al mio sito, un po’ per pura lagnusia, un po’ perché impegnato nella promozione del mio “Testimoni sepolti”. In occasione del Natale mi è tornata la voglia di elargire, come al solito non richiesti, i miei consigli per i libri da regalare a Natale. Poiché, come al solito, sono in ritardo, mi avvarrò dell’aiuto degli autori della collana Le dalie nere.

Il primo libro che mi sento di consigliare è “Mondo è stato” di Michele Burgio, Ianieri Edizioni, collana Le dalie nere. In questo caso per la recensione ricorro alla sapiente penna di Sandra Rizza.

Il suo romanzo giallo “Mondo è stato” (Ianieri edizioni) è un sapiente congegno narrativo che inchioda il lettore, riga dopo riga, ad una trama originale che diventa scandaglio antropologico e sociale, un affresco descrittivo capace di scompaginare i canoni del genere tradizionale e raccontare il lato oscuro della Sicilia, ma soprattutto il cuore nero dell’umanità. Ma quella che mi piace di più è senz’altro la sua scrittura, che gli invidio spudoratamente e sinceramente: perché è densa, gravida, ricca, è piena ed è sinestetica, per le emozioni che suscita, per le molteplici esperienze sensoriali che evoca. Ma la cosa fantastica è che un così maturo controllo linguistico si cristallizza per incanto in una costruzione narrativa semplice, lineare, scorrevolissima. Il suo racconto procede con un ritmo incalzante, le sue pagine hanno la potenza della musica, che trascina, travolge, trasforma il lettore in un gioioso complice danzante della piccola magia creativa. Michele Burgio è un giocoliere, un acrobata della scrittura, la imbottisce di significati che profumano e colorano il suo romanzo giallo come un caleidoscopio e contemporaneamente la fa librare in aria leggera come una piuma.  L’ho già detto che questo scrittore mi piace ed è destinato a grandi cose? Leggetelo, regalatelo, consigliatelo. Non ve ne pentirete.

Mondo è stato

Il secondo libro sempre di Ianieri edizioni non fa parte de Le dalie nere, si tratta di “Sfogliando una fiamma” di Emilio Limone. Un lavoro di grande interesse: l’Arma dei carabinieri occupa un posto di rilievo nell’immaginario e nella realtà e continua a segnare la sua impronta nella parte più gloriosa della storia d’Italia. Emilio Limone ha diviso il suo libro in tre parti: La Letteratura nei secoli fedele; Carabinieri nati dalla fantasia dello scrittore; Gli omaggi agli eroi in uniforme. Nella prima parte del suo lavoro propone una disamina della presenza dei carabinieri nella letteratura italiana. La scelta è caduta su autori di grande rilievo, tra gli altri Verga, De Amicis e Collodi. Di particolare pregio sono i brani a commento de “L’amante di Gramigna” di Verga, nei quali Limone mette in rilievo il travaglio psicologico della giovane Peppa, protagonista della celeberrima novella. La seconda parte, quella che mi piace di più, consiste in una preziosa analisi dei tanti carabinieri nati dalla fantasia di altrettanti autori. Il quadro che ne viene fuori, completo e dettagliato, permette di conoscere e apprezzare molti scrittori che hanno fatto del Carabiniere il loro personaggio d’elezione, fornendo informazioni, esempi edificanti ma anche qualche sfumata critica che Emilio Limone, nonostante il suo amore per la Beneamata, non nasconde. Questa seconda parte la consiglio in particolare a chi, come me, ha il vezzo della scrittura, verrà in possesso di una preziosa serie di informazioni e di un ragionato elenco di piacevoli letture. La parte che chiude il libro rende omaggio a molti carabinieri eroi che hanno sacrificato la propria esistenza al dovere, nel quale mi permetto di segnalare “Fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri”. Sfogliando una fiamma ricostruisce da una particolare angolazione la storia di una nazione, l’Italia, che ha nell’Arma dei Carabinieri una fonte inesauribile di esempi di onesta lealtà.

Sfogliando una fiamma. Storia letteraria dei carabinieri

Tornando a Le dalie nere, mi fa piacere segnalare “Pater” di Domenico Cacopardo, Ianieri Edizioni, collana Le dalie nere. Recensione di Michele Burgio.

È inutile che io vi dica chi è Cataldo Giammoro, perché lo conoscete già. Il nome è uno come un altro ma, sfogliando le pagine di Pater, vi è l’immediata consapevolezza di qualcosa di noto e di spiazzante insieme. Se si prova a metterne a fuoco la vera identità, a identificare il personaggio storico, non vi si riesce con esito univoco. Il protagonista ha lo sguardo implacabile di un lontano zio e la scaltrezza di quel vecchio amico di nonno guardato con sospetto e ammirazione; ha mezzo cuore del nostro paternalista barone all’università e l’altro mezzo di un feroce affarista della prima repubblica. Ciò che stupisce, in questo (falso ed eccellente) memoriale, è l’ostentata naturalezza con la quale il giovane accorto di Monturi Marina diventa un adulto ambizioso, capace di costruire attorno a sé un impero fatto di intrallazzi ancor più che di lavoro, di potere ancor più che di denaro, in una vicenda che illustra con nettezza le spericolate dinamiche equilibriste di una intera generazione che ha preso a morsi il futuro e spolpato una Nazione sputacchiandone gli ossicini scarnificati. Mai il protagonista riconosce per sé un comportamento men che opportuno e, per converso, la ripugnanza del lettore cresce mano a mano che Giammoro si mostra soddisfatto del suo agire. Se non fosse stato lui il Pater, sembra alludere, ne sarebbe esistito comunque un altro perché l’Italia del dopoguerra aveva creato le condizioni perché si dovesse essere legalmente illegali, obbligatoriamente collusi, sino a nuovo equilibrio. E forse vive troppo a lungo, Giammoro, per non essere travolto dallo scarto di un fiume che ha preso a scorrere verso un mare che tutt’oggi ci infradicia in un subdolo e più sfumato sistema di intreccio tra malavita e società civile.

Sorta di Onorevole Scipioni che nasconde più di un segreto inconfessabile, Giammoro è prototipo perfetto per un nuovo “ciclo dei vinti del XX secolo” che continua con stupefacente casualità (o forse no) la serie dei romanzi de Le dalie nere di Ianieri, volta nel complesso più a sondare il torbido degli uomini che a cercare un antidoto per le velenose ferite dell’anima.

Pater

Lascio di nuovo Le dalie nere per andare nella Parigi a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo viaggio nello spazio e nel tempo lo faccio con Barbara Chiappa e il suo romanzo “L’Ingorda”, sempre per Ianieri Edizioni. Il libro, che consiglio caldamente, è ispirato alla vita di Louise Weber “La Goule”, l’Ingorda appunto. Una storia che ci porta nella Francia della Belle Époque, raccontandoci le bellezze e le miserie di un periodo straordinario. Ci immergeremo nella vita di Louise: bambina grassottella, nata con una singolare predisposizione per il ballo. Le vicissitudini familiari, i sogni e le emozioni della bambina avranno una svolta straordinaria, quando la rotondità della fanciulla si trasformerà nella morbida voluttuosità della donna. La danza e il fascino del palcoscenico faranno il resto, mutando la piccola Luise ne La Goule.  Barbara Chiappa attraverso la meticolosa descrizione dei più evocativi luoghi parigini: le sponde della Senna, Montmartre, Moulin Rouge, con ispirata sensualità ci fa innamorare di un personaggio straordinario. Tra realtà e finzione, confine difficile da tracciare nell’accattivante narrazione, immaginiamo la protagonista sotto lo sguardo ammiccante di Toulouse-Lautrec e quello indagatore di Renoir. Amica, amante, modella e musa, Luise ha turbato i sogni degli artisti più influenti del tempo. Tempo che ci viene restituito in tutto il suo fascino e in tutta la sua sofferenza. L’autrice lascia trasparire la tensione a cercare la verità, riuscendo a recuperare una parte cospicua della storia e della vita di quel periodo. Consiglio questo libro perché è bello e leggibile, perché un po’ di sensualità, molto fascino e tanta riflessione sotto il vostro albero lo illumineranno di più.

L’ingorda

L’ultimo consiglio di questo Natale 2022 è lo straordinario “Nessuno escluso” di Sandra Rizza, Ianieri Edizioni, collana Le dalie nere, recensore  il solito instancabile Michele Burgio

Nonostante la collana dalla gialla copertina (Le dalie nere, Ianieri edizioni) abbia sin qui ospitato per lo più storie riferibili al giallo o al noir, Nessuno escluso è un romanzo civile ambientato tra la fine del secolo scorso e i primi Duemila. Il lettore di gialli tuttavia ne avrà diporto, e anche qualcosa in più. Perché leggendolo avvertirà ad ogni pagina il martellante interrogativo proprio dei gialli. “Di chi è la colpa?”. Attenzione, non “chi è il colpevole?”, perché un colpevole, se così vogliamo chiamarlo, lo identifichiamo subito: il problema, qui, è definire i contorni della colpa e, di conseguenza, l’origine.

Perché mai Mario Martellini, stimato cardiochirurgo all’apice della carriera, è entrato in contatto con la mafia? Qual è la dimensione della sua responsabilità, quali i legami reali, le eventuali collusioni con l’organizzazione? Se lo domandano tutti: la moglie, vissuta nella bambagia delle proprie certezze; i figli, che si accorgono che l’eroe in trasparenza della loro infanzia viveva tante, troppe vite parallele; l’amico e avvocato Nino che, sebbene conosca le tare connaturate al partito nel quale entrambi militano, è scombussolato dagli avvenimenti. Chi se lo chiede con cipiglio maggiore sembra il vecchio suocero, che disprezza la spregiudicata scalata sociale del genero. Per paradosso, il conservatore per eccellenza in questa storia è proprio l’ex senatore comunista Ettore De Santis, paternalisticamente trincerato dietro la sua condizione di grand’uomo che lo porta a stigmatizzare il genero come un parvenu. A lui è – in modo mefistofelico, a mio avviso – riservato un ruolo complesso che lo inchioda alle precise responsabilità storiche di certa sinistra. Che si trovi sulla terrazza del suo palazzo nobiliare nel centro della città, seduto allo storico caffè sul mare della borgata liberty dove trascorre le estati o nei salotti di colleghi dirigenti di partito, lo troviamo sempre terribilmente infastidito dall’intraprendenza spregiudicata del genero e, soprattutto, dal tradimento politico che ha portato Mario Martellini a sposare la causa di Italia Nuova, neonato partito di centrodestra il cui torbidume rimanda senz’altro alla principale forza di governo dell’Italia del periodo. Qual è il problema, per l’ex senatore comunista? È davvero il fatto che, tramontata la Prima Repubblica, l’Italia venga nuovamente messa sotto scacco da una nuova Democrazia Cristiana corrotta, o che questi nuovi affaristi collusi rischi di ritrovarseli a tavola alla domenica?

Chi finisce per fare una pena profonda, è proprio il cardiochirurgo. Ne viene fuori una figura piccola, meschina, senza nerbo, costretta a rincorrere l’abbronzatura, la macchina nuova, la scopatina fuggevole, la retta del club. Ma chi è veramente Mario? A cosa è disposto a sacrificare la sua dignità? Per che cosa è disposto a inseguire il compromesso?

L’unica certezza è che, di certo, Mario non si appartiene, non si è più appartenuto dal momento stesso in cui ha scelto di scavalcare il proprio recinto di provenienza. Nel romanzo emerge infatti con forza come non sia possibile accedere per primi ad una determinata posizione sociale senza concedere molto di sé, ritrovandosi inviluppati in una rete di compiti che diventano obblighi, di conoscenze che diventano cointeressenze. Politica, economia, magistratura e professioni come in un enorme ripiglino – quel gioco che si fa con lo spago sino a costruire una ingarbugliata matassa – si intrecciano in nodi sempre più asfissianti. Laddove, poi, le mafie costituiscono parte integrante del sistema economico e di potere, il gioco è fatto, il danno irreparabile.

Questa è solo una delle letture, probabilmente eretica, appena uno degli aspetti sui quali in questo romanzo si riflette con lucidità e intelligenza. Per il resto, è un concentrato di tematiche importanti, con ampissimi spazi di dibattito a molti livelli. Anche se, scavando tra le lamiere della borghesia mafiosa, si rischia un po’ tutti di tagliarsi a sangue.

Nessuno escluso, appunto.

Nessuno escluso

Mi permetto a conclusione, fuori programma, di condividere la recensione scritta da Michele Burgio per il mio “Testimoni sepolti” (ad aggiungerla mi ha costretto mia moglie!).

Le scritture siciliane ci insegnano che le nostre sono tutte storie semplici, in apparenza: un fatto è accaduto, la ricostruzione viene fatta d’autorità nel giro di pochissimo, tutto combacia anche se slabbrato, appiccicaticcio – “arripizzato” diciamo noi – ma si deve andare avanti. Il caso è chiuso. Nella vita, e soprattutto nei romanzi, spunta però a volte un povero diavolo che decide di chinarsi per guardare in fondo al pozzo della verità e, di regola, si imbatte nelle corna del Diavolo, quello vero. In questa semplice storia (Testimoni sepolti, Ianieri, Le dalie nere), fatta di ordinaria malagestione dell’ordinario e di disastro nel disastro, i poveri diavoli non mancano. E neanche i cornuti.

Siamo nel polmone bruciato dell’isola, quell’entroterra agrigentino sedotto e illuso dallo zolfo, sventolato per cento anni come occasione di progresso e invece estratto a beneficio di una sparuta minutaglia di signorotti. Il popolo, motore sferragliante dell’impresa, sputa l’anima rosicchiata dai fumi di combustione, a patto di raggiungere una più o meno credibile vecchiaia; in molti rimangono per sempre nel ventre della miniera, mangiati dal crollo di un piano di scavo, travolti da una fuga di grisou.

Così avviene a Casteltermini il 4 luglio del 1916. Mentre nella Grande Guerra si giocano le sorti del fronte franco-tedesco, si consuma la più grande tragedia mineraria italiana: 89 morti. Potevano essere molti meno, così lascia intendere Vincenzino, unico superstite ricacciato fuori dall’inferno dopo giorni e giorni di disperazione. Grazie a questo stralunato ragazzo che nessuno immaginava più di rincontrare, ciò che veniva spacciato per semplice inizia a complicarsi. Il suo fantasma vivente è testimonianza del fatto che le porte della miniera sono state murate quando ancora in molti erano vivi. Le responsabilità sono tracciabili, ma indicarle a dito non conviene a nessuno. Ruggero De Robertis, un giornalista che è stato inviato sul posto per raccontare la cronaca, prova a vederci chiaro. Non è un povero diavolo e non ha nulla da temere, almeno così crede. Animato da un sano senso di realtà (e torna, in questa collana de Le dalie nere, la figura del siciliano irrequieto) indaga con discrezione fidando sui buoni uffici di Paolo Lo Groi, amico di vecchia data che conosce ogni trama degli intrighi del paese. Ruggero arriverà sin dove si può arrivare, e il piacere della lettura sta nel seguirlo sino a conclusione della trama.

Durante la lettura si incrociano, in disordine sparso: una mosca che potrebbe chiamarsi Beatrice; la mafia rurale e le rivendicazioni contadine attraverso l’eco ripetuto dei grandi autori girgentini di Otto e Novecento; una vecchia assintomata da un sintomo sospetto; un enigma nascosto nei nomi; la grazia di Maria Messina che è lì ma non si rivela; il Rosso e il Nero che si confondono; un uomo più malfidato di altri; due fratelli da tragedia in versione rusticana.

Ce n’è da psicanalizzare duemila anni di letteratura.

Testimoni sepolti

Inoltre sempre per Le dalie nere:

La strantuliata

La spirale delle vite perdute

A doppia mandata

Tre

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