Dal secondo matrimonio de «l’agiato borgese» Carlo Antenori, proveniente da Sutera con una Rosalia, nacque nel­l’anno 1672Ettore. Questi, fino all’età della primissima giovi­nezza, crebbe alla rigida e severa educazione del padre e alla dolce generosità della madre. Da solo si avviò allo studio delle materie giuridiche. Non poté conseguire alcun titolo accademico, ma forte della sua intelligenza, riuscì ad acquisire perfetta conoscenza delle leggi del tempo e di tutte le disposizioni che regolavano i principali organismi della società di allora.
Nella società castelterminese, si inserì ben presto con l’entusiasmo e il calore dei giovani, fu un cittadino modello per la serietà della sua vita, per il senso di equilibrio e di moderazione, per la saggezza dei suoi pensieri. Visse amministrando con accortezza, con senso di generosità, con misura e comprensione verso i dipendenti, i vasti possedimenti avuti in eredità dal padre.
Trascorse la sua vita occupando anche le cariche più importanti del paese; infatti fu giurato (cioè assessore comunale), sindaco (il sindaco di allora era un giurato con il compito di sindacare l’operato degli altri amministratori), Giudice, Capitano  di  giustizia,  capitano  straordinario,  segreto  baronale; dimostrando per ogni carica ricoperta, competenza non comune, senso di equità e di giustizia, profonda saggezza nelle decisioni,  misura  nei  provvedimenti   e  soprattutto  assoluta correttezza.
Fu anche comprensivo, buono ma severo, rigido ma giusto, legalitario scrupoloso ma misurato e umano.
Delle  sue ricchezze  fu  dispensatore  generoso,  specie  con  i bisognosi ed i poveri.

Egli fu soprattutto un grande temerario nella lotta che come Capitano di Giustizia condusse contro al brigantaggio che minacciava la serena laboriosità dei contadini e la tranquillità delle famiglie.

]Ma egli, soprattutto, era tenuto in alta considerazione dallo stesso Vicerè e da tutte le più alte autorità regie della Sicilia; difatti fu a lui che venne affidato un compito di grandissima importanza, che richiedeva prontezza, decisione, autorità; il 28 agosto l713, il nostro Ettore Antenori, che a quella data oltre che Segreto baronale era anche Capitano Straordinario di Casteltermini, per incarico del Vicerè di Sicilia, Carlo Spinola Colonna, si recò con i suoi uomini a Girgenti, per eseguire l’ordine di mandare in esilio il Vescovo della Diocesi di Girgenti, Francesco Ramirez, il quale, in relazione ai fatti dell’interdetto aveva lanciato la scomunica contro i regi ministri. Il Capitano Ettore Antenori, eseguì l’ordine senza esitazione alcuna e con estrema perentorietà. E quando più tardi il Vescovo Ramirez, prima di lasciare la Curia, scomunicò i suoi espulsori e tutta la diocesi, compreso quindi il paese di Casteltermini, Ettore non se ne ebbe, e nella qualità di segreto baronale che al tempo rivestiva, parteggiò per il partito della Monarchia.
Ettore, fu considerato il grande “estirpatore di ladri” per avere liberato con i suoi uomini, non solo tutto il territorio di Casteltermini, ma anche quello dei Comuni di Bivona, Favara, Grotte, Ribera, Alessandria della Rocca, Mezzojuso, Castelvetrano e di altri grossi centri della Sicilia occidentale, da numerose ed agguerrite bande di ladri che a quel tempo depredavano i poveri contadini seminando terrore, distruzione e morte.
L’inverno del 1743 fu molto freddo a Casteltermini ed il raccolto dell’estate precedente era stato magrissimo. I contadini erano affamati e disperati. «La carità di questo sì pio, sì caritatevole cristiano – dirà ancora di lui il Sac. Giuseppe De’ Voi, nell’orazione funebre recitata nel giorno della sua morte – fu tanto più lodevole quanto praticata nelle gravi necessità, dando con lodevole prontezza le chiavi dei magazzini al maestrato per servirsene a suo bell’agio a prò dei miseri cittadini».
In quell’occasione «vennero distribuiti gratuitamente dal di lui solo magazzino d’uno in uno dugento some all’incirca di frumento», pari, cioè, a circa cento salme.
(Tratto dalla lezione/tributo alla monumentale opera del Cav. Francesco Lo Bue “Uomini e Fatti di Casteltermini”).
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