Calarmena: la realtà dietro l’immaginazione, che porta alla luce una tragedia dimenticata.

di Michele Ardilio, un curioso lettore

Vorrei premettere, già dalle primissime battute di questo testo, di non essere né un giornalista, né un pubblicista e nemmeno un critico letterario.

Mi piace definirmi un curioso lettore, uno a cui piace scrivere, raccontare le proprie esperienze e commentare, con la consapevolezza di avere i soli mezzi che mi ritrovo, le storie e le cose che leggo e faccio per passione.

Calarmena, nome emerso dalla fantasia del suo autore il Michele Rondelli nel suo libro/romanzo “Testimone Sepolti”, narra con ingegno e col giusto ritorno alle origini, una tragedia mai dimenticata in riferimento alla disgrazia occorsa agli 89 minatori della miniera di Cozzo Disi sita in Casteltermini, nel lontano 1916. Disgrazia, appunto, frutto un po’ della sfortuna che ha colpito i malcapitati, ma anche, se non soprattutto, della incuria dell’uomo, della sua sete di potere e denaro, dell’invidia e delle ingiustizie, mai realmente riconosciute a chi, con sacrificio e onore, conduceva uno dei lavori meno tutelati e mortificanti del mondo: il minatore.

Il minatore, in vernacolo u’ surfararu, è un mestiere duro e a tratti eroico, per il quale centinaia di uomini, ogni mattina, lasciavano (alcuni senza più farne ritorno) case, mogli e figli per avventurarsi alle prime luci del mattino ma spesso anche nella tetra oscurità della notte, per portare casa l’agognato pezzo di pane: spesso e volentieri male odorante ma con profumo di dignità senza eguali.

Confesso di aver esitato qualche settimana prima di acquistare il libro. Da un lato, un po’ intimorito dalle sue oltre 300 pagine (in tutta franchezza pensavo che mai lo avrei terminato…), e dall’altro per paura di imbattermi in pagine e pagine di ostico racconto o peggio ancora in una crono-storia dei fatti, di annoiarmi quindi già dopo i primi capitoli lasciandolo così (come molti altri libri che custodisco nella libreria della mia stanza, immacolati) incompiuto.

Decisi allora di recarmi, approfittando di una pausa lavorativa, presso una nota edicola del mio paesino, a Calarmena appunto, per dare un semplice sguardo al libro, magari leggendo velocemente l’incipit giusto per farmi una idea il più personale possibile del contenuto.

Un nome mi lasciò subito impietrito, quello di Vincenzino il protagonista del racconto, e in un secondo mi tornò con la mente il ricordo del mio compianto nonno Vincenzino Sanfilippo, caruso in giovane età prima e fuochino poi presso la miniera di Cozzo Disi per più di 35 anni, morto dopo molti anni, anche lui, in sofferenza e con difficoltà motorie, dovute anche alle fatiche patite alla surfara.

Decisi in quel momento, continuando a scorrere le pagine del primo capitolo, di approfondirlo, non prima di aver letto la brillante prefazione del Regista (anche lui Calarmenese, passatemi il termine) Michele Guardì. Ne fui conquistato. Lo comprai senza ulteriori esitazioni.

Capii in quello stesso momento, che “Testimoni Sepolti” sarebbe diventato di dovere un libro che avrei letto con accesa passione, col pensiero sempre rivolto al mio compianto nonno e a chi, come lui, ha patito e sofferto le pene dell’inferno… in quell’inferno di zolfo, sudore, terra e oscurità.

Pagina dopo pagina il racconto si apriva, si distaccava dalla realtà odierna trasportando il lettore indietro nei decenni, quasi come un ritorno al passato, e si svelava in tutta la sua crudezza ma con piacevole scorrevolezza di lettura.

Il riferimento ai luoghi della mia infanzia, dalle Chiese alle contrade, alla Festa di Santa Croce e a quella dell’Annunziata, fino ai bar e ai luoghi (con nomi di fantasia ovviamente) l’ho interpretato come una interessante evocazione alla storia e al prestigio che il mio amato paesino possiede da sempre, paesino di scrittori e personaggi che nei secoli si sono distinti in Sicilia e nel resto d’Italia, che ha anche dato i natali a uomini straordinari, di molti dei quali, nella nostra biblioteca cittadina, se  ne conservano ancora le memorie.

Vincenzino è un ragazzo come lo sono stati in tanti a Calarmena, venduto o costretto dalla fame della famiglia a lavorare in miniera, ma che coltivava in segreto un sogno, quello andare via dalla pici e dalla paura di una morte quasi certa, per scappare con la sua amata, Anna nel libro, quanto più lontano da lì… ad una vita nuova, fatta di libertà e non di morte.

Mi tornano, allora, alla mente le storie e gli aneddoti sulla miniera che mio nonno, e ancora oggi mia nonna più che ottantina, mi raccontavano e mi raccontano tutt’ora, ripercorrendo la mia adolescenza tra una cugliuta di olivi in contrada Lupo Nero e una scinnuta nu terrenu mano nella mano nei miei caldi e soleggiati pomeriggi trascorsi in campagna, tra una pausa-studio durante gli anni delle medie e, in seguito, preparazione degli esami universitari.

Ribadisco, come in premessa, di non possedere le capacità di lettura e interpretazione per una critica al libro. L’intento di questo mio testo è dettato dal semplice desiderio di lasciare una traccia evidente della complessità di pensieri e delle riflessioni che il libro mi ha lasciato. Un  libro che, a mio modesto avviso, scrive oggi una nuova pagina inequivocabilmente veritiera e storica nelle memorie di Casteltermini.

Un grazie particolare all’autore, Michele, per aver rispolverato una storia, per forza di cose coperta dalla patina del tempo, e di aver re-incastonato tra le mura di Casteltermini un ulteriore tassello alla sua centenaria storia, attraverso la sua rievocazione scrupolosa dei fatti, dando dalla prima all’ultima pagina al lettore la necessaria scorrevolezza di lettura, tra visioni fantastiche, personaggi arguti e a tratti divertenti, con piacevoli richiami a Dante, Sciascia, Camilleri e altri scrittori del nostro tempo.

Michele Ardilio

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