La tragedia greca è un genere teatrale nato nell’antica Grecia, la cui messa in scena era, per gli abitanti della Atene classica, una cerimonia di tipo religioso con forti valenze sociali. Sorta dai riti sacri della Grecia e dell’Asia minore, raggiunse la sua forma più significativa (o nota) nell’Atene del V secolo a.C.

Precisamente, la tragedia è l’estensione in senso drammatico (ossia secondo criteri prettamente teatrali) di antichi riti in onore di Dioniso, dio dell’estasi, del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Come tale fu tramandata fino al romanticismo, che apre, molto di più di quanto non avesse fatto il Rinascimento, la discussione sui generi letterari.

Il motivo della tragedia greca è strettamente connesso con l’epica, ossia il mito, ma dal punto di vista della comunicazione la tragedia sviluppa mezzi del tutto nuovi: il mythos (μῦθος, “parola”, “racconto”) si fonde con l’azione, cioè con la rappresentazione diretta (δρᾶμα, “dramma”, deriva da δρὰω, “agire”), in cui il pubblico vede con i propri occhi i personaggi che compaiono come entità distinte che agiscono autonomamente sulla scena (σκηνή, in origine il tendone dei banchetti), provvisti ciascuno di una propria dimensione psicologica.

I più importanti e riconosciuti autori di tragedie furono Eschilo, Sofocle ed Euripide, che affrontarono i temi più sentiti della Grecia del V secolo a.C

Edipo re (Sofocle)

Sulla nascita di Edipo pesa il responso di un oracolo, secondo il quale cresciuto, ucciderà il padre e sposerà la madre. Il padre Laio, spaventato dalla profezia, affida il bambino a un servo con l’ordine di dargli morte, ma il servo ne ha pietà e lo abbandona sul monte Citerone dove sarà allevato da un pastore. Edipo per sfuggire all’oracolo abbandona i monti e si avvia verso la città. Sulla strada si scontra con un vecchio signore che gli intima di liberare il passo. L’animata discussione degenera in lite: Edipo uccide lo sconosciuto. Nei pressi di Tebe affronta la sfinge che, torturava i viandanti e ne scioglie l’enigma. In virtù di questo gesto eroico, riceve la mano della regina, nel frattempo divenuta vedova e la fa madre di quattro figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Scoppia la peste a Tebe: l’oracolo di Delfi annuncia che solo la purificazione dell’uomo che contamina la città, avendo egli ucciso il padre e ingravidata la madre, può liberare dal morbo letale i tebani. Edipo da buon re si lancia alla caccia dell’incestuoso parricida per scoprire che è proprio lui il colpevole. Sconvolto dalla verità si strappa gli occhi. Ceco e maledetto si avvia verso Colono.

I sette contro Tebe (Eschilo)

Antefatto della vicenda: Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si erano accordati per spartirsi il potere sulla città di Tebe; avrebbero regnato un anno a testa, alternandosi sul trono. Eteocle tuttavia allo scadere del proprio anno non aveva voluto lasciare il proprio posto, sicché Polinice, con l’appoggio del re di Argo Adrasto, aveva dichiarato guerra al proprio fratello e alla propria patria.

All’inizio del dramma, Eteocle appare impegnato a rincuorare la popolazione preoccupata per l’imminente arrivo dell’esercito nemico. Giunge un messaggero, che informa che gli uomini di Polinice sono nei pressi della città, e hanno deciso di presidiare le sette porte della città di Tebe con sette dei loro più forti guerrieri. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici, ognuno a difendere una porta.

Assegnazione delle porte

Porte                      Guerriero di Eteocle        Guerriero di Polinice

Porta di Preto        Melanippo                       Tideo

Porta Elettra          Polifonte                          Capaneo

Porta Nuova          Megareo                           Eteoclo

Porta Atena Onca  Iperbio                             Ippomedonte

Porta Nord             Attore                              Partenopeo

Porta Omoloide     Lastene                            Anfiarao

Settima Porta         Eteocle                             Polinice

Ricevuta la notizia, il coro di giovani tebane reagisce con paura, ma Eteocle le rimprovera aspramente per questo. Torna il messaggero e riferisce che i sette guerrieri nemici, tirando a sorte, hanno deciso a quale porta essere assegnati. Eteocle viene informato sul nome e le caratteristiche principali di ognuno, e ad essi contrappone un proprio guerriero. Risulta in questa circostanza che i sette nemici sono eccessivamente confidenti nel proprio valore, a tal punto da peccare di arroganza, poiché alcuni di essi sfidano gli dei a fermarli nel loro impeto guerriero. Quando il messaggero nomina il settimo guerriero, che è il fratello Polinice, Eteocle capisce di essere predestinato allo scontro con lui, e che probabilmente nessuno dei due ne uscirà vivo. Tuttavia non si tira indietro, nonostante i tentativi del coro di dissuaderlo.

Le giovani donne del coro, in attesa di notizie sull’esito della battaglia, intonano un canto pieno di paura, al termine del quale arriva il messaggero. Questi informa che sei delle sette porte di Tebe hanno tenuto, dunque l’attacco è stato respinto. Alla settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono dati la morte l’un l’altro, com’era timore di tutti. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta passa in secondo piano: vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, ed il coro piange la loro triste sorte. Tocca ancora al coro enunciare il compimento della maledizione che grava sulla stirpe di Edipo, poiché Eteocle e Polinice, come del resto le loro sorelle Antigone e Ismene, sono stati maledetti da Edipo perché nati dal ventre di Giocasta, a sua volta madre di Edipo. L’azione delle Erinni, implacabili divinità della vendetta, della furia e del rimorso, ha trovato compimento. Qui con ogni probabilità terminava l’opera scritta da Eschilo.

In un’ultima scena (aggiunta probabilmente dopo la morte dell’autore) entrano in azione Antigone e Ismene, accompagnate da un araldo. Quest’ultimo annuncia che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare sepoltura al corpo di Eteocle, ma, per spregio, non a quello di Polinice, poiché quest’ultimo ha aggredito la propria città natale. Sentita la notizia, Antigone sfida le parole dell’araldo, nonché la decisione di Creonte, dichiarando che farà di tutto perché anche l’altro fratello abbia degna sepoltura.

Antigone (Sofocle)

L’opera narra la vicenda di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l’ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è suicidata impiccandosi. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice, lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza.

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